Descrizione del workshop

The Urge of Being – Expedition è un workshop residenziale e una ricerca performativa site-specific ideata da Daniela Marcozzi, artista performativa, regista e ricercatrice interdisciplinare, fondatrice di Marcozzi Contemporary Theater (Berlino) e dell’associazione culturale M.A.R.E. Movimento Artistico Ricerca Ecologica.

Il progetto nasce all’interno della pratica The Urge of Being, sviluppata negli ultimi dieci anni attraverso una ricerca che intreccia arti performative, ecologia, neuroscienze dell’embodiment e biologia delle emozioni.

​Al centro del lavoro vi è il concetto di urge: una forza vitale e impulsiva che attraversa il corpo, orienta le nostre azioni e può diventare materia creativa, relazione e trasformazione.

Il workshop invita i partecipanti a esplorare la relazione tra urgenze personali e collettive, ecologiche, sociali e politiche,  interrogandosi sul ruolo della performance come forma di ascolto, presenza e attivismo.

Il percorso si svilupperà tra lavoro in studio e pratiche site-specific a contatto con il territorio del fiume Po, in dialogo con gli spazi e la comunità locale.
Il workshop residenziale è ospitato dal Teatro Nucleo di Ferrara, e le performance site-specific sono parte di Totem Festival 2026 – a cura di Teatro Nucleo – e di Argini Festival 2026 – a cura di Fondazione ATER.

Il lavoro si basa sulla metodologia On Urgency, sviluppata da Daniela Marcozzi e Marcozzi Contemporary Theater, che consiste nella raccolta di testimonianze e questionari anonimi sulle urgenze delle persone e dei territori, successivamente tradotti in linguaggi performativi: movimento, voce, azione scenica, performance durational e narrazione poetica.
Il workshop si articola in tre principali aree di lavoro:

1. Training fisico e vocale – Tap into Urgency
Attraverso pratiche fisiche, vocali e improvvisazioni guidate, i partecipanti entreranno in uno stato performativo basato sulla presenza dinamica e sull’ascolto dell’impulso. Il training prende ispirazione dal lavoro di Jerzy Grotowski e dalle pratiche sviluppate da Daniela Marcozzi negli anni di ricerca artistica.
Il corpo verrà esplorato come luogo di percezione, trasformazione e accesso all’energia impulsiva, lavorando sulla relazione tra movimento, voce, emozione e ambiente esterno.

2. Embodiment delle urgenze
La seconda fase del lavoro sarà dedicata all’embodiment delle urgenze raccolte attraverso i sondaggi. Le risposte verranno esplorate attraverso tecniche performative che permettono di trasformare immagini, parole, emozioni e tensioni in materiale scenico condivisibile.
L’obiettivo sarà comprendere come un’urgenza individuale possa entrare in risonanza con dimensioni più ampie — culturali, ecologiche, politiche — e diventare esperienza collettiva.

3. Composizione performativa
Nella fase finale i partecipanti svilupperanno azioni, scene e composizioni individuali o collettive a partire dal materiale emerso durante il workshop. La composizione si costruirà in dialogo con il paesaggio del Po e con i luoghi scelti per la restituzione finale.

Creazione della performance site-specific a partire dalla distribuzione di sondaggi alla comunità.

Una parte centrale del progetto consiste nella raccolta di sondaggi anonimi rivolti alla comunità. Attraverso domande dedicate al tema dell’urgenza, i partecipanti raccoglieranno testimonianze, immagini, desideri, paure e riflessioni provenienti dalle persone del territorio e dalle proprie comunità di riferimento.

Le risposte raccolte costituiranno la materia drammaturgica e performativa del lavoro. Attraverso la metodologia On Urgency, le parole delle persone verranno trasformate in movimento, voce, azioni performative e composizioni site-specific.
La performance finale si svilupperà in due differenti luoghi collegati al territorio del Po e alle attività del festival. I luoghi saranno definiti successivamente, in base alla logistica del festival e ai contenuti emersi dai sondaggi. L’intenzione è quella di lavorare in due contesti differenti: uno maggiormente antropizzato e uno più naturale, entrambi in relazione con l’acqua e con il paesaggio fluviale.

​A chi è indirizzato questo workshop

Ad artist* delle arti performative, musicist*, ricercatrici e ricercatori, artist* interdisciplinari, praticanti di discipline somatiche e a tutte le persone interessate alla relazione tra corpo, ecologia, comunità e performance.


Quando ci sentiamo davvero in contatto con noi stessi? Riusciamo ad esserlo nell’habitat quotidiano? Di cosa abbiamo bisogno per sentire questo contatto? Di stare da soli, di altre persone? Di un luogo finisco specifico, di un posto intimo, di immergersi nell’ambiente naturale? Di rilassarsi, di muovere il corpo, di compiere un’azione? Stare, osservare, ascoltare il mare o la foresta, fermare ed osservarsi, respirare. O ancora: abbracciare, amare, avere cura, sentirsi al riparo, con qualcuno, da soli.

Quali urgenze emergono quando siamo lì? Cosa grida dentro noi? C’è pace assoluta, serenità, il nulla, la possibilità di lasciarsi andare, la voglia di disconnettersi, una sensazione di appartenenza. Come uno specchio di compassione, come un’onda che fluisce, come tante lunghe braccia e mani forti che stringono, come un serpente che si mangia la coda, come una grande madre che pulisce. Voglio fluire come il vento, scivolare sull’acqua come le papere o esplodere in aria come una bolla, in una pioggia di fiori.

Quindi, disconnettersi o appartenere? Sono o non sono parte della natura? Dove vado, come agisco? Voglio combattere ma vorrei che qualcuno mi aiutasse. Vorrei essere me stessa, me stesso. Voglio appartenere. Voglio conoscere, voglio correre, voglio pulire, voglio espellere. Sono pronta per lasciare andare; io per una ribellione. Ma dove vado? Avanti, indietro, inseguo, provo, ripeto. La mia strada è la stessa percorsa dalle altre persone. Avanti, indietro, inseguo. Dove devo guardare? Come posso connettermi? Come faccio a rompere il cerchio?

Se guardassi al centro? Se iniziassi ad ascoltare  e a prendermi cura della natura che già sono, della collettività a già cui appartengo, dell’unità a cui già partecipo.  E poi guardare attraverso il centro, oltre me, attraverso di noi, uno sguardo che riesce a superare l’obiettivo del singolo per un orizzonte più grande. Ritrovare me in un percorso individuale in connessione con l’unità, guidato dall’appartenenza. Come perdersi e sentire di appartenere nello sguardo rivolto al mare, ad un albero, alle persone.

Galleria

Credits: Manuela Rossetti Ph.

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